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Sfinimento-esaurimento: segno di debolezza o status symbol?

exhaustionSfinimento, esaurimento.. concetti così vasti e vaghi da comprendere tanto “ho passato un paio di brutte notti” quanto un cedimento di nervi.

Spesso utilizzato da celebrità e persone in carriera quasi come intercalare o come pubblica motivazione per un periodo di pausa, dovuto in realtà a depressione o dipendenze, sembra essere un problema specificatamente moderno, fortemente correlato ad email e chat sui social che si susseguono incalzanti e senza sosta. Ma la storia è più complessa e particolarmente rilevante è il fatto che lo sfinimento-esaurimento, tenendo lontano dall’azione, ha per molto tempo assunto il doppio significato di debolezza e, al contempo, di segno distintivo di onorabilità.

Papa Benedetto XVI, emblema della nostra società

benedettoXVIpapaBenedettoXVIAnna Katharina Schaffner, docente di letteratura comparativa all’Università del Kent, ha scritto “Exhaustion: A History”, un libro in cui ripercorre la storia dello sfinimento-esaurimento che, curiosamente,  inizia ricordando le dimissioni nel 2013 di Papa Benedetto XVI. Dimissioni motivate principalmente dal deterioramento fisico e psichico che il Papa osservava in se stesso, sfinito dalle richieste stringenti che facevano capo a lui.

La Schaffner osserva poi che ci fu soltanto un altro papa che si dimise spontaneamente, Celestino V  nel 1294, che addusse motivazioni molto simili a quelle di Benedetto XVI.

Ma se sfinimento ed esaurimento sono dunque sempre esistiti nella storia umana, ciò che cambia attraverso le epoche è la lettura che se ne dà, in quanto in tale lettura viene riassunta l’immagine stessa dell’epoca, i suoi sviluppi medici, culturali e tecnologici e le sue paure.

Letture attraverso i secoli

galenoGaleno (129-201), medico greco i cui studi ebbero influenza sino al Rinascimento, evidenzia che lo sfinimento-esaurimento si manifesta con “letargia, torpore, affaticamento, indolenza e perdita di energia”, sintomi di melancolia, prodotta da un eccesso della bile nera. Secondo Galeno quindi una mente malinconica è il prodotto di un corpo malato.

monkNei secoli II-VIII, l’interpretazione fu più spirituale che medica: l’esaurimento era manifestazione della perdita di fede e dell’incapacità di sentire e partecipare alla goia della creazione di Dio. I soggetti particolarmente esposti alle malattie spirituali erano, ovviamente, i monaci e questo richiedeva un intervento generale più che individuale. Una comunità monastica infatti funziona solo se tutti i membri portano i loro pesi e adempiono ai propri doveri! Ed ecco quindi che lo sfinimento diventa non solo deplorevole, ma anche….peccaminoso.

Nel Rinascimento la melancolia era associata all’influenza di Saturno.

Nella seconda metà del XIX secolo, il concetto diagnostico di malencolia è stato assunto nel concetto di nevrastenia, causata da nervi deboli o esausti.

depressioneNel XX secolonevrastenia” fu la diagnosi per sfinimento, ansia, malumore, fobie, febbre da fieno, ipersensibilità. In realtà melancolia e nevrastenia non si mappano perfettamente l’un l’altra e nemmeno mappano perfettamente la depressione. Tuttavia molte situazioni in passato diagnosticate come malancolia e nevrastenia, avrebbero oggi la diagnosi “depressione“.

Capitalismo e tecnologia

rivoluzione_industrialeIl tardo capitalismo e la tecnologia moderna sembrano costituire un’autostrada per l’esaurimento, ma non sembra che il capitalismo e la tecnologia del XIX secolo abbiano procurato molti meno danni: l’industrializzazione ha cambiato radicalmente i ritmi lavorativi, mettendo i lavoratori alla mercè delle macchine e del tempo dell’orologio, cambiando i pattern del sonno e sfinendoli fisicamente e mentalmente.

spend_or_saveL’oratoria capitalistica ha portato alla nascita di metafore capitalistiche: nel XIX secolo si parlò spesso di “forza dei nervi” nello stesso modo in cui si parlava del capitale, talvolta con comparazioni esplicite: «Puoi risparmiare la forza dei nervi o spenderla, ma una volta che è andata, è andata»

Nel XVIII secolo medici e filosofi iniziarono ad interpretare l’esaurimento non come debolezza del singolo individuo ma come un effetto dei cambiamenti della società. Tuttavia spesso chi si è maggiormente preoccupato delle “epidemie di esaurimento” era un conservatore, che si rifaceva a modi più antichi e anche spirituali per curare la malattia.

Un segno distintivo: dalla grandiosità al burnout

aristoteleL’idea che lo sfinimento-esaurimento sia un segno distintivo risale ad Aristotele, che nei Problemata si domandava: «Come mai tutti gli uomini che sono diventati grandi in Filosofia, Politica, Poesia e nelle Arti sono melancolici?»

Il neurologo americano George M. Beard, il più eminente teorico della nevrastenia, ha associato lo sfinimento-esaumento alla middle-upper class, descrivendo nel 1881 il tipo nevrastenicocome avente «pelle sottile con  peli morbidi, delicata, lineamenti graziosamente cesellati, ossa piccole… E’ il tipo civilizzato, raffinato, istruito, più che che il barbaro incolto di umili origini.»
Ecco dunque spiegato il fascino della nevrastenia, che prometteva e sanciva la superiorità di coloro che la ravvedevano in se stessi; i medici adulavano i pazienti mentre li trattavano.

gold trophy

gold trophy

Oggi l’esaurimento è ancora indice di status, ma di un tipo diverso. Dire che sei esausto è come telegrafare che sei importante, richiesto e di successo. E’ come vantarsi in modo modesto di essere «… così impegnati!» ….. ovvio!, dato che ai nostri giorni la lettura dell’esaurimento è “conseguenza diretta di impegni eccessivi”

burnoutLa Schaffner evidenzia come l’associazione esaurimento-prestigio si sia  cristallizzata nel burnout.
Negli anni ’70 il termine burnout indicava l’esaurimento dei lavoratori impiegati nel settore sociale, ed era caratterizzato da un aumento di cinismo e apatia e una diminuzione del senso di realizzazione personale.
Nel corso degli anni, sono stati inclusi in questa categoria tutti i lavoratori sovraccaricati, consumati.
Il burnout, causato dalle condizioni lavorative piuttosto che da una composizione psico-fisica del lavoratore, è il cugino più prestigioso della depressione. E in Germania, Svezia e Olanda  è oggetto di periodico dibattito mediatico. Come spiega il giornalista tedesco Sebastian Beck, «Soltanto i perdenti diventano depressi, il burn out è la diagnosi dei vincenti, o meglio, degli ex-vincenti».

Il divario tra le teorie sull’esaurimento e l’esperienza effettiva di esaurimento

La Schaffner indica, come massimo divario tra teoria ed esperienza, il caso dell’affaticamento cronico.

La maggioranza dei medici e dei ricercatori concorda sull’ipotesi dell’esistenza di uno scatenante microbiologico per la sindrome, ma sostiene anche che le risposte comportamentali e psicologiche dei pazienti perpetuino questa condizione. Detto in altre parole, la sindrome da affaticamento cronico è una malattia psicologica con sintomi fisici.

Ma la maggior parte dei pazienti, spesso relegati in casa e talvolta costretti a letto, inabili a svolgere compiti semplici senza accusare sfinimento debilitante, rifiutano con veemenza quest’interpretazione: la sindrome da affaticamento cronico è una malattia fisica e soltanto fisica.

Lo storico della Medicina Edward Shorter sostiene che i pazienti, assorbendo l’immaginario medico e culturale del loro tempo, inconsciamente mostrano i sintomi psicosomatici che i dottori prenderanno sul serio.
Secondo Shorter dunque l’affaticamento cronico è la versione di isteria del XX secolo, con sintomi soggettivi (fatica, dolore muscolare) impossibili da smentire e in linea con quesllo che i «medici, sotto l’influenza del paradigma del sistema nervoso centrale [si aspettano] di vedere».

Molti sono i racconti autobiografici dell’esaurimento e della malattia correlata presenti nel libro della Schaffner che sottolineano il divario tra pensare e sperimentare gli stati psicologici.

quercia_ederaAndrew Solomon, in «The Noonday Demon: An Atlas of Depression” descrive la depressione che cresce in lui come un’edera che cresce su una quercia circondando l’albero fino a che da lontano non sono più distinguibili separatamente.

Nessuno dei modelli medici che la Schaffner cita si avvicina al senso di soffocamento e di inaiutabilità del soggetto. Ma nemmeno i grandi lavori letterari che trattano l’esaurimento come tema chiave o che raffigurano personaggi con esaurimento (Divina Commedia e Canterbury Tales, ad esempio) riescono nel compito. Molto spesso, fino al XVIII secolo,  sono lavori che approcciano al problema in modo eccessivamente schematico o dogmatico e che dunque rispecchiano più l’immagine che l’epoca di stesura del manoscritto aveva dell’esaurimento che l’esaurimento stesso. Cosa doveva provare un monaco del XIV secolo che credeva che il suo esaurimento fosse peccaminoso? O un lavoratore del 1800 che viveva sulla sua pelle lo stravolgimento dell’alimentazione e del sonno? In che modo il suo esaurimento era diverso da quello di oggi, vissuto spesso fissando il monitor di un computer, con la testa incassata nelle spalle, controllando periodicamente le mail, le notizie e i social?

acquaQuando di uno stato d’animo si riesce a mettere insieme teoria ed esperienza vissuta, ci si avvicina ad una materia infinitamente preziosa…

Liberamente tratto da “How Exhaustion Became a Status Symbol”, Hannah Rosefield su New Republic, 25/07/2016


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